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giovedì, 16 agosto 2018

Di Maio vuole solo il voto, Salvini pressa Berlusconi per il passo di lato che permetterebbe la formazione di un governo politico pentastellato. Ma è Matteo Renzi a rompere gli indugi  e da ex segretario del Pd  a DiMartedì su La7, lancia l’ipotesi Gentiloni quale candidato premier del proprio partito.

«Il nostro candidato premier tendenzialmente sarà Gentiloni, specie se si vota presto, ma non voglio tirarlo per la giacchetta». «Io non correrò alle primarie del Pd e il prossimo leader del Pd lo sceglieranno le primarie».

La parola tendenzialmente non chiude altre strade, ma l’investitura è netta e l’ex premier non usa giri di parole. Nessuna ambiguità nemmeno nel racconto di quanto accaduto con i grillini: «La spallata a Di Maio? Non è la ripicca del passato, non sono gli insulti del passato, sono le cose da fare. C’è anche un minimo di coerenza e di dignità. Io il reddito di cittadinanza lo considero un errore, può darsi che non mi aiuti a recuperare voti nel Mezzogiorno, ma su questo tema come su vaccini e referendum sull’euro rilanciato da Grillo, non c’è la possibilità di un accordo. Hanno fatto una campagna elettorale di promesse a vuoto». «Il Pd deve smetterla di litigare, che è un’impresa ma lo dico io per primo, e siccome si va in campagna elettorale stop ai litigi, basta discussioni». Così Renzi  ha poi  aggiunto: «Per 63 giorni di Maio ha detto `o io o niente´, ha preso più voti di noi ed era giusto che se la giocasse, ma quando abbiamo preso il 41 per cento nel 2014 lui ci gridava `abusivi´. Quando finalmente ha detto `ok faccio un passo indietro´ non ha trovato l’intesa con la Lega. Ma non si può avere un atteggiamento, un volto double fase: una volta sei per l’accordo con il Pd, poi vai con la Lega, poi vai a 5 stelle… se non è in grado di fare un governo con il centrodestra deve dirlo e consentire di riscrivere le regole del gioco, è assurdo tenere un Paese bloccato così».

Da senatore semplice Renzi non rinuncia alle proprie prerogative di dirigente Dem e sembra pronto a dare battaglia, con un ruolo inedito, qualora si presentasse l’eventualità – tutt’altro che remota – di imminenti nuove elezioni