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giovedì, 22 febbraio 2018

Sono veri e propri vermi che si annidano nell’intestino. Ed è una delle problematiche sempre più comuni dovute al mutamento delle abitudini alimentari in Italia, ma anche in Europa.

Il nome scientifico è anisakidosi, conosciuta anche come anisakiasi o col nome popolare di “malattia del verme delle aringhe”. E’ spesso associata al consumo di pesce crudo o poco cotto, se non correttamente trattato.

Ospite

L’uomo rappresenta soltanto un ospite casuale essendo i pesci o i mammiferi marini. Può può essere colpito anche l’uomo se si consumano piatti di pesce infetto.

Il verme disgustoso normalmente muore nell’organismo umano, dunque non si rilasciano uova con le feci e la trasmissione tra uomo e uomo è impossibile, tuttavia non va sottovalutata la questione.

Misurano da 1 a 3 centimetri e il loro colore va dal bianco al rosato e provocano lesioni meccaniche con una specie di artiglietto (molto piccolo ovviamente) che appare quasi come un dentino.

Anisakis simplex simplex, Anisakis pegreffi e Anisakis simplex C sono le più note all’uomo.

Sushi e altri piatti a rischio

Dire che il sushi sia responsabile della anisakidosi non è corretto. Molti altri piatti di pesce crudo anche europeo possono avere lo stesso problema: si pensi alle aringhe marinate o al carpaccio di pesce (solo se infetto e non ben trattato ovviamente).

Conservazione e trattamento del pesce

Per prevenire l’infezione risultano particolarmente efficaci il congelamento e un processo di cottura nel quale le viscere del pesce vengono portate a 60° centigradi per almeno un minuto. Per quanto concerne il congelamento, sono necessari almeno -18° centigradi per circa 7 giorni, una temperatura che non tutti i frigoriferi casalinghi riescono a raggiungere. Curiosamente, poiché alcune specie apprezzate (come il tonno) molto spesso sono di importazione, in Italia corriamo meno rischi di essere infettati dal nematode, proprio perché il pesce viene congelato durante il trasporto.

Sintomi e pericoli dell’anisakidosi

Nel caso in cui si venisse colpiti dall’anisakis, solitamente le larve vengono espulse nell’arco di un paio di giorni, attraverso le feci o ad esempio il vomito, una delle reazioni possibili. Tra i primi sintomi vi può essere anche una sorta di sensazione di prurito in gola, legato ai movimenti delle larve vitali appena ingerite. È infatti possibile espellerle anche attraverso colpi di tosse. Nel caso esse riescano ad annidarsi nel tratto digerente (solitamente è una sola) possono comparire dolori addominali violenti, nausea, diarrea con perdita di sangue, orticaria e febbre leggera. Come specificato, le larve sono destinate a morire, tuttavia durante i giorni di sopravvivenza possono provocare vere e proprie lesioni, ‘scavate’ dal caratteristico dente cuticolare. Queste ultime possono sfociare in complicazioni più o meno gravi come occlusioni, perforazioni intestinali e peritonite. Tra i rischi dell’anisakidiosi vi è anche una reazione allergica violenta, sino allo shock anafilattico, che può essere scatenato dalle sostanze chimiche rilasciate dal nematode nell’organismo.

Trattamento

Generalmente l’anisakis viene espulso dopo un paio di giorni dall’ingestione, ma in caso di annidamento può essere necessario anche un intervento chirurgico per la rimozione, dopo averlo individuato attraverso una radiografia. In alcuni casi può essere rimosso anche con semplici pinze da biopsia attraverso una gastroscopia o una colonscopia. Può essere efficace anche un trattamento con il solo antiparassitario albendazolo.

Fonte: Fanpage